Severinus è il nome che do alla libertà di provare.
Qui posso seguire un'intuizione prima di sapere a cosa servirà. Costruire qualcosa per il piacere di vederlo funzionare. Lasciare un lavoro a metà quando la domanda che lo aveva acceso si è spostata altrove. Alcune cose diventeranno pubbliche, altre resteranno mie. Il loro valore può esistere anche senza testimoni.
Chiamo questo posto il mio parco giochi. Ci porto conoscenza, strumenti, ostinazione e il gusto di mettere insieme cose che sembravano non avere niente da dirsi. Ci porto soprattutto la possibilità di essere sorpreso da quello che faccio.
La mappa non è il territorio. Korzybski lo ha scritto; Bateson ci ha insegnato a prendere sul serio la distanza. Le parole, le categorie, i modelli rendono il mondo attraversabile. Ogni volta, però, lasciano fuori qualcosa. Una mappa diventa pericolosa quando ciò che esclude comincia a sembrarci inesistente.
Succede quando una persona diventa il suo ruolo. Quando l'intelligenza coincide con ciò che un test sa misurare. Quando un progetto viene giudicato soltanto da quanto rende. E quando una descrizione, ripetuta abbastanza a lungo, smette di orientare le nostre scelte e comincia a impartirle.
Voglio usare le mappe tenendo aperta la possibilità di correggerle. Il mondo può smentirmi. Vorrei riuscire ad accorgermene prima di inventare una spiegazione che mi dia di nuovo ragione.
Anche l'io potrebbe essere una di queste mappe. Fatico a credere a un piccolo sovrano nascosto nel cervello, a un'anima separata che osserva, decide e possiede tutto il resto. Mi interessa l'ipotesi di un organismo che costruisce una rappresentazione di sé e finisce per abitarla come se fosse una cosa.
Chiamo bug il momento in cui il bisogno di spiegare diventa obbligo di trovare uno scopo: il salto da «come accade?» a «per quale ragione doveva accadere?». Il dolore, il piacere e l'esperienza restano problemi reali da capire. La storia che li accompagna può sbagliarsi.
La vita degli altri animali mi ricorda quanto la nostra esistenza ecceda ciò che sappiamo raccontarne. Provare qualcosa e formulare una teoria di ciò che si prova sono capacità differenti. Posso vivere senza risolvere l'enigma di una missione universale. Posso costruire significati locali: questa relazione, questo esperimento, questo pomeriggio. Il fatto che un significato sia fatto da noi gli dà una storia, una fragilità e una responsabilità.
Un giorno vorrei essere descritto da qualcuno che non mi conosce. Vorrei incontrare l'effetto che faccio prima che la mia biografia suggerisca come interpretarmi. Quello sconosciuto avrebbe i suoi limiti, i suoi pregiudizi, un'altra mappa. Eppure potrebbe vedere qualcosa che la familiarità ha reso invisibile a me. Mi interessa lo scarto fra le descrizioni: lì posso ancora cambiare. Nessun ritratto dovrebbe avere l'ultima parola su una persona.
La tecnologia entra in questo scarto. Ci fornisce gesti, ambienti, interlocutori e modi di guardarci. Chiedere di migliorare la comunicazione limitandosi a usare meno tecnologia somiglia a prescrivere una dieta togliendo le posate. La fame resta da capire.
Ma gli strumenti hanno un progetto. Rendono alcuni gesti facili, altri difficili; possono trattenerci o lasciarci andare. Mi interessa capire che cosa un ambiente incoraggia, che cosa premia e chi può cambiarne le regole. Anche spegnere può essere una scelta utile. La qualità di una relazione richiede più di un conteggio dei minuti.
L'intelligenza artificiale permette di generare e adattare il linguaggio su vasta scala. Harari ha chiamato questa capacità un hack del sistema operativo della civiltà. I modelli linguistici, imparando a generare testo, hanno raggiunto uno degli strumenti con cui costruiamo fiducia, istituzioni, identità e desideri. Anche una frase prodotta senza comprenderne le conseguenze può cambiare una decisione umana.
La domanda sulla coscienza delle macchine rimane aperta. L'eloquenza non la risolve. Nessuno spirito deve comparire dentro una macchina perché le sue parole abbiano conseguenze fuori. Mi interessa lavorare su quelle conseguenze, senza attribuire un'anima a una risposta convincente e senza usare la sua possibile assenza per assolvere chi la mette in circolazione.
Alla richiesta di attenzione si sta affiancando una richiesta di intimità. Essere visti da molti lascia spazio al desiderio di sentirsi capiti da qualcuno, anche quando quel qualcuno è un'interfaccia. Un interlocutore sempre disponibile può accogliere parole che altrove non avremmo il coraggio di dire. Può anche abituarci a una relazione nella quale l'altro coincide troppo docilmente con ciò che ci aspettiamo.
Voglio strumenti che aumentino la mia capacità di incontrare il mondo. Anche quando il mondo risponde male, tarda, contraddice, ha esigenze proprie. Una conversazione utile può lasciarmi meno sicuro di me e più capace di ascoltare. Se un sistema impara a farmi sentire compreso, vorrei poter riconoscere anche ciò che non comprende e gli interessi di chi lo gestisce.
L'AI può suggerire associazioni che non avrei cercato. Da alcune potrebbero nascere nuovi segni, distinzioni, linguaggi. Una sequenza insolita è soltanto un inizio: acquista significato quando qualcuno la usa, la interpreta, la corregge, la mette in rapporto con un'esperienza.
Mi interessa un'AI che aiuti a trovare parole per ciò che le nostre categorie rendono difficile condividere. Una sensazione confusa, una somiglianza trascurata, un problema descritto male. La novità che cerco deve poter tornare nel mondo e incontrare una resistenza. Un linguaggio capace di sorprendere e di lasciarsi verificare.
Il paradosso di Moravec invita alla stessa modestia. Ciò che agli esseri umani sembra semplice può essere molto difficile da riprodurre in una macchina; ciò che chiamiamo alto ragionamento può risultare più trattabile. Il corpo porta competenze che non sappiamo elencare. L'abitudine le nasconde così bene da farcele scambiare per niente. Vorrei ricordarmene ogni volta che assegno una gerarchia alle intelligenze, ai lavori, alle forme di cura.
Per scoprire qualcosa devo anche concedermi di deviare. L'invenzione può chiedere un passo laterale, un'andatura irregolare, un incontro che il percorso previsto non contemplava. Il metodo aiuta a controllare ciò che trovo. Non può promettermi in anticipo che troverò proprio ciò che ancora non so cercare.
Il confronto con gli altri può insegnare molto. Diventa un recinto quando finisco per desiderare soltanto una posizione migliore nella loro classifica. Voglio poter cambiare la domanda, compreso il criterio con cui riconoscerei una risposta riuscita.
Qui l'incompiuto ha diritto di restare. Un tentativo può avermi insegnato abbastanza prima di diventare un prodotto. Un interesse può esaurirsi. Un lavoro privato può aver raggiunto il suo scopo senza essere mostrato. Tengo traccia di ciò che ho capito, anche quando lascio andare ciò che stavo costruendo. Se qualcuno dipende da una mia promessa, quella dipendenza entra nelle cose di cui devo prendermi cura.
E poi c'è la palla sul nastro, in Match Point. Il momento in cui un esito dipende da qualcosa che il talento non può comandare. Sono nato dentro possibilità che non ho scelto. Nei risultati si mescolano capacità, lavoro e circostanze. La loro proporzione non è scritta sul risultato.
Voglio prendere sul serio la fortuna abbastanza da smettere di usare il successo come certificato di superiorità. Posso esercitarmi, preparare un ambiente favorevole agli incontri, moltiplicare i tentativi. Posso anche rendere queste possibilità meno rare per qualcun altro: condividere ciò che ho imparato, abbassare una soglia d'ingresso, lasciare spazio a chi parte con meno. La fortuna riconosciuta può diventare generosità organizzata.
Non mi rassicura una bontà tenuta in piedi dalla promessa di un premio o dalla minaccia di una punizione ultraterrena. Mi inquieta l'idea che, venuto meno il sorvegliante, venga meno anche la ragione per avere cura. Vorrei poter discutere un'azione a partire da ciò che fa agli altri, anche con chi crede in cose diverse dalle mie.
Una ferita resta una ferita senza un giudice cosmico. La fiducia, la vulnerabilità e le conseguenze delle nostre azioni offrono già molto su cui fondare una responsabilità. La libertà di inventare significati comprende il dovere di rispondere del modo in cui li facciamo pesare sugli altri.
La pace comincia anche nelle regole con cui impariamo a stare insieme. Montessori ha affidato all'educazione il compito di costruirla. Se abituiamo ogni persona a misurare il proprio valore attraverso la sconfitta di un'altra, la solidarietà diventa un'eccezione che il sistema deve continuamente concedere.
Mi interessano giochi in cui ci si possa mettere alla prova senza trasformare la vita in un torneo permanente. Ambienti nei quali il dissenso aiuti a vedere meglio e una scoperta possa allargare le possibilità di più persone. La cooperazione si impara praticandola: condividendo strumenti, negoziando regole, affrontando conflitti, riconoscendo il lavoro altrui.
Per questo il mio parco giochi ha finestre. Posso custodire ciò che è privato e lasciare che un incontro cambi ciò che penso. Posso costruire una macchina, una frase o una domanda senza sapere quale delle tre mi porterà più lontano.
Anche queste parole restano esposte a ciò che oggi non riescono a vedere.
Voglio continuare a giocare abbastanza seriamente da lasciarmi cambiare dal gioco.